Roberto Bramani Araldi

Agenda dei Poeti 2006
Prolusione

E così, con passo sommesso, quasi senza accorgersene, questo premio di poesia, ormai arrivato a ricoprire un ruolo di primissimo piano, è giunto alla sua quattordicesima edizione.

Si può definire adulto, nel pieno della sua maturità; chi emerge nelle prime posizioni rappresenta una realtà nell’ambito della poesia non professionale, sempre che esista veramente una poesia di questo tipo in contrapposizione con quella cosiddetta di evasione.

Ma chi affronta la lettura delle centinaia di opere sottoposte a giudizio, al termine si ritrova mentalmente e spiritualmente più invecchiato, più stanco, come se la fatica dell’analisi si riverberasse in modo implacabile sulla genetica determinando un senso di saturazione non spiegabile ad una prima sommaria valutazione, ma ampiamente condivisibile non appena perfezionato l’approfondimento dell’evento.

Affrontare la lettura delle liriche è come tuffarsi in una piscina colma dei dolori e degli interrogativi che gli uomini debbono sopportare nel corso dell’esistenza e l’immergersi nella sua acqua non può non lasciare tracce sulla sensibilità e sulla percezione del dolore cosmico che percorre l’umanità.

Non si tratta di essere Leopardi per arrivare a sentire in questo modo, né il nostro animo è paragonabile al ritratto di Dorian Gray sul quale si riversano le brutture individuali, bensì di sentire sulla propria epidermide il dolore e le passioni che attraversano l’animo del poeta, intento a cantare la disperazione piuttosto che il pessimismo verso un universo che lo circonda, ma anche intento a cantare slanci gioiosi, seppur rari, che costituiscono il presente, il futuro o, troppo spesso, il rifugio nel ricordo, constatata l’impossibilità di convivere con il presente.

Così le opere ti trascinano, vorresti solcare un mare tranquillo, al riparo delle folate della vita, come se il desiderio riuscisse a costruire una lastra di materiale fonoassorbente idoneo ad isolarti da quello che avviene dall’altra parte, quella che leggi, quella degli altri che continuano ad amarsi, a tradirsi, a piangere, a sorridere anche, a litigare, a combattere, ad arrendersi.

Il caleidoscopio dell’esistenza ti passa dinanzi, ma ciò che sovrasta ogni cosa con la massima chiarezza e durezza è di nuovo la sensazione del dolore, dolore per la perdita di una persona cara, dolore per le asprezze e le difficoltà di ogni giorno, dolore per un amore mancato, per un amore perso, per un amore invano inseguito, perché sommerso dall’indifferenza, per la mancanza di percezione che il fascino che unisce o separa due individui è retto da leggi imperscrutabili alla ragione e tutto deve seguire il percorso dettato dalle “affinità elettive”, come con grande sagacia intuì Goethe.

Ma la lettura delle liriche non ottiene solamente questo risultato di farti sentire il peso delle sventure che attraversano l’umanità, ti dona anche il supremo piacere di lasciarti condurre da un’intuizione poetica, di lasciarti cullare da un verso melodioso, nel quale scopri una piccola parte di quel firmamento che ti sovrasta con la sua immensità e con la sua bellezza, persino difficile da ricevere nel proprio io, così forse arrivi a comprendere, come afferma Dacia Maraini in “Buio”, che l’uomo è sublime solo quando sogna il reale o lo inventa, perché è meglio modellare sogni e farsene modellare che cercare di essere un “homo faber” laborioso e combattivo.

Roberto Bramani Araldi

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